La lingua giapponese

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La lingua giapponese

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Nihongo ga wakarimasuka? Sebbene non sia ricca e complessa quanto il cinese, la lingua giapponese presenta una serie di sfumature e contorsioni che la rendono tanto difficile da affrontare per gli apprendenti occidentali quanto delicata da padroneggiare… per gli stessi giapponesi!

Nihongo ga wakarimasuka? Sebbene non sia ricca e complessa quanto il cinese, la lingua giapponese presenta una serie di sfumature e contorsioni che la rendono tanto difficile da affrontare per gli apprendenti occidentali quanto delicata da padroneggiare… per gli stessi giapponesi!

Idioma a parte spesso considerato un ramo delle lingue uralo-altaiche con un vocabolario largamente influenzato da apporti coreani, ainu e soprattutto cinesi, il giapponese è senza dubbio più facile da comprendere e da parlare - le parole sono solo sillabe e non c'è accento tonico - che da leggere e scrivere. Va detto che si compone già di diversi alfabeti, il più antico risale all'adozione da parte dell'arcipelago del sistema di calligrafia cinese e, dal V secolo, all'introduzione, decisiva per l'elaborazione della lingua, degli ideogrammi cinesi, i caratteri kanji. Questi caratteri furono utilizzati per rappresentare sia un suono della lingua giapponese, sia come in cinese una parola o un'idea, pronunciati con il loro equivalente nel giapponese originario. I kanji possiedono quindi due letture, una cinese o on-yomi, l'altra giapponese detta kun-yomi, spesso con più pronunce a seconda dei casi.

Nonostante le semplificazioni apportate nel tempo ai disegni, occorrono circa quindici anni agli studenti nipponici per assimilare l'elenco, stabilito dal Ministero dell'Istruzione, dei 1945 jôyô kanji, i caratteri usuali necessari per la lettura di un giornale. Se è facile comprendere il significato dei caratteri, poiché i kanji procedono spesso con i loro radicali per immagini e associazioni di idee, non è raro, nemmeno per i giapponesi, imbattersi nella loro pronuncia esatta. Per facilitare la lettura, si troveranno allora, affiancati ai caratteri, degli indicatori fonetici o furigana.

Oltre i kanji, la frase giapponese ha anche a sua disposizione l'alfabeto latino, il romaji, utile in particolare per i numeri o i nomi di negozi, nonché due sillabari kana sviluppati a partire dagli ideogrammi cinesi, gli hiragana e i katakana, composti ciascuno da 46 caratteri che rappresentano i suoni del giapponese, talvolta con alterazioni fonetiche rappresentate per iscritto da piccoli segni diacritici. Gli hiragana, caratterizzati da un insieme di caratteri dalle curve arrotondate, servono soprattutto a indicare le terminazioni dei verbi o le particelle grammaticali. I katakana, più angolosi da parte loro, permettono di trascrivere pronunce insolite o parole di origine straniera integrate nel vocabolario corrente.

Acquisiti i segni, bisogna adattarsi alle particolarità puramente linguistiche, talora vantaggiose o problematiche, del giapponese, che non si preoccupa molto delle nozioni di persona, genere o numero e che ama omettere i soggetti e gli oggetti nella frase se possono essere sottointesi dal contesto. Bisognerà anche tenere conto della molteplicità dei livelli di linguaggio, che vanno dal più onorifico, chiamato keigo, al più "orale", abbreviato all'estremo, e non dimenticare l'esistenza, in tutto l'arcipelago, di numerosi dialetti con accenti e formule propri, come quelli di Kyoto o Osaka. Sì, talvolta il giapponese ha tutto l'aspetto di un rompicapo… cinese. Gambatte kudasai! (Coraggio!)

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